mercoledì 2 giugno 2010

Tradizione digitale: il Medioevo è qui

Presentare gli ultimi 500 anni di cultura occidentale, caratterizzati dal dominio della stampa tipografica, come una parentesi (la parentesi di Gutenberg) inclusa tra due periodi nei quali i testi e la comunicazione in generale risultano svincolati dai rigidi argini imposti dalla carta stampata e in una certa misura si sfuocano perdendo definizione nei margini, può sembrare una grossolana semplificazione tipicamente americana. In buona misura, anzi, lo è: troppi dettagli sfuggono a una simile classificazione.

Però.

Però è innegabile che bastano poche nozioni relative alla tradizione dei testi classici e meno classici, basta aver sfiorato il vitale polimorfismo testuale che i codici manoscritti hanno fissato solo in parte per essere costretti a subire il fascino di un loro accostamento alla cultura digitale che si sta affermando.

La facilità con cui un evento comunicativo cambia formato, supporto, dimensioni, lingua, la naturalezza con cui entra a far parte dell'opera di un'altro, viene mutilato, integrato, rimescolato... ricorda davvero da vicino la libertà creativa degli autori medievali che edificavano i loro testi riusando quanto loro occorreva, a volte rendendo omaggio alla fonte attraverso la citazione, a volte appropriandosene in toto, a volte - all'occorenza - scrivendo in prima persona quello che gli auctores avrebbero dovuto tramandare e che forse si era perso tra i relitti del naufragio.

La facilità di copia caratteristicha del testo digitale insieme a un uso ingenuo, distratto, malizioso, del potere dei link possono facilmente far perdere le tracce dell'autore e del contesto originario di un evento comunicativo. Sarebbe bastato poco, nel riportare la notizia di un simposio americano, per appropriarsi dei contenuti approfittando del cambio di lingua, magari riproponendoli in una forma diversa: da convegno pubblico a video, a podcast, a trascrizione integrale, a sintesi, rielaborazione, riaggregazione con altri contenuti... chi avrebbe il coraggio di sostenere che non si tratta di una nuova opera, utile e degna?

Come per i manoscritti cartacei, la sopravvivenza della memoria non è affidata alla solidità della singola testimonianza ma piuttosto all'iterazione della copia.
E l'esemplare destinato a maggior fortuna - a riprodursi nel maggior numero di copie - non è l'originale, l'archetipo, ammesso che esista, ma quello che riesce a occupare la prima posizione negli indici dei motori di ricerca. Sarà chi riesce a rendere un contenuto gradito a Google colui che garantisce la sopravvivenza e il successo di quel contenuto, ben più che il suo autore.

Nell'attesa che si manifesti la possibilità di un nuovo umanesimo e di una nuova filologia, come resistere alla tentazione di contribuire al progresso appollaiandosi anche per pochi passi sulle spalle dei giganti? Di partecipare in qualche misura a quel rumore immenso che pure trascina con sé perle inestimabili?

Nessun commento:

Posta un commento