sabato 31 dicembre 2011

Che cosa sono i libri


Mentre la loro veste cartacea si va dissolvendo, i libri stanno cercando un adeguato contenitore digitale. Si stanno anche spogliando di ciò che è accessorio per lasciar emergere quello che realmente li rende ineguagliabili.
I volumi cartacei (guide del telefono e manuali di istruzioni inclusi) non sono mai stati particolarmente adatti alla ricerca e all'aggiornamento di informazioni e ora i siti web sono immensamente superiori in questo. Quello che i libri esigono è di essere annotati, sottolineati, riassunti, citati, discussi... Tutto questo è possibile anche nel contesto digitale, anzi con maggiore potenza ed efficacia rispetto a quanto è avvenuto finora.
Fino a che è stato possibile definire un libro come ciò che è compreso tra due copertine, anche una guida telefonica o un manuale di istruzioni potevano aspirare al titolo. Ora che il supporto fisico non è più percepito come essenziale per l'esistenza di un libro, è più chiaro che un racconto o un saggio autosufficiente e concluso in se che richiede più di un'ora per essere letto rappresenta una tipologia di testo che si distingue dalla fluida e personale connessione di frammenti che costituisce la lettura sul web.
Un libro è una unità di attenzione. Il contenitore fisico ha svolto il ruolo di evidenziare questa unità, il contenitore digitale deve svolgere la stessa funzione e allo stesso tempo consentire tutte le attività connesse alla lettura. L'unità di base della biblioteca universale potrebbe essere costituita anche dalla frase, dal paragrafo o dal capitolo. Ma il superiore livello organizzativo di una narrazione complessa e conclusa ha una potenza unica nel focalizzare l'attenzione: un fatto è interessante, un'idea è importante, ma solo un racconto o un'argomentazione è indimenticabile.
"L'universo è fatto di storie, non di atomi" (Muriel Rukeyser).

Fonte: Kevin Kelly, What Book Will Become

lunedì 14 novembre 2011

Agriturismo e Web: misurare le performance dei canali digitali

In occasione di Agrietour, il Salone nazionale dell'agriturismo che si è tenuto ad Arezzo tra l'11 e 13 novembre 2011, ho avuto la possibilità di tenere un master per introdurre i gestori delle aziende agrituristiche a un uso più consapevole della rete.
Avendo come riferimeno il settore dell'agriturismo, dove spesso la stessa persona è agricoltore, imprenditore turistico e "web marketing manager", presento e valutato i diversi canali di promozione digitale fornendo alcuni semplici e concreti criteri per comprendere quali si adattano alle risorse di tempo/competenze/budget disponibili nelle situazioni reali.
Ecco le slide relative alla lezione.


venerdì 25 febbraio 2011

Antonio Loschi, segretario pontificio: l'Inquisitio artis in orationibus Ciceronis e la corrispondenza politica di Martino V


Fabrizio Carlo Begossi, Presentazione della tesi di dottorato in Italianistica (Letteratura umanistica), Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, anno accademico 2001-2002

Antonio Loschi (1368-1441) è un nome noto nell'ambito degli studi umanistici, ma è sicuramente relegato tra le figure di secondo piano (e talvolta anche più indietro). "Ad accentuare tale carattere di marginalità, tutto sommato poco giustificato se si pensa alla sua importanza storica come assiduo funzionario della Curia presso la quale lavorò per lunghissimi anni,  ha contribuito una tradizione che molto raramente lascia emergere Loschi come una figura a se stante. Molto più spesso lo si trova in evocazioni di ambienti e cenacoli umanistici ai quali però egli apportava sicuramente la sua vasta esperienza di studi classici e di cultore di quelle idee che tanto dovevano poi mutare la vita della città e della corte pontificia. Proprio nella Curia, infatti, Loschi dovette rappresentare un sicuro punto di riferimento dei nuovi interessi".
In questa tesi ho dunque cercato di portare l'attenzione su due momenti dell'attività di Loschi a cui soprattutto è legata la sua fama presso le generazioni successive: la composizione del primo commento umanistico alle orazioni ciceroniane (l'Inquisitio artis in orationibus Ciceronis) e la stesura di centinaia di lettere a nome di diversi pontefici.

Per quanto riguarda questo secondo aspetto, si può sostenere che le lettere d'ufficio scritte per la Cancelleria pontificia costituiscano una parte sostanziale della sua produzione, ma che non siano state ancora studiate in rapporto alla sua attività umanistica. La lunga permanenza di Antonio Loschi presso la Curia pontificia ha infatti avuto importanti conseguenze culturali non solo nel suo ruolo di animatore del cenacolo venutosi a creare intorno ai pontefici, ma anche (e soprattutto) nello svolgimento delle sue funzioni specifiche di segretario, come ci è testimoniato dalle raccolte di lettere dettate da Loschi conservate e copiate nell'Archivio Segreto Vaticano almeno fino al XVII secolo. Partendo dal ms. Paris, Archives Nationales, LL 4A, che ho analizzato approfonditamente definendone la natura di collezione di lettere (oltre 380) non formulari, stese da Loschi per Martino V, formalmente ispirata al modello dei Registri Vaticani e assemblata su indicazione e sotto la direzione dello stesso umanista vicentino, ho potuto ricondurre alla paternità loschiana anche buona parte dei codici noti per tramandare la cosiddetta "corrispondenza politica" di Martino V. Si tratta di una "serie" composta da manoscritti databili al secondo quarto del Quattrocento e da loro copie, finora nota per la sua importanza storica in quanto conserva spesso l'unica attestazione di lettere di Martino V relative ai principali affari politici e diplomatici del suo pontificato. In seguito a un'analisi codicologica e contenutistica, ho potuto riconoscere all'interno della "corrispondenza politica" consistenti nuclei omogenei di lettere dettate da Loschi.
Antonio Loschi risulta quindi l'autore non di un semplice formulario, come sembrava potersi desumere dalla testimonianza di altri membri della Curia, ma di un'imponente collezione di quasi 1200 lettere che doveva costituire un modello di riferimento stilistico per gli altri segretari, probabilmente da ricollegarsi all'opera di ricostruzione e rilancio della cancelleria-segreteria avviata da Martino V.
Tale collezione può a buon diritto essere ritenuta la parte più sostanziale della produzione di Antonio Loschi che, intriso di umanesimo petrarchesco e lombardo e attento indagatore delle questioni di stile, sembra costituire un punto di partenza ideale per seguire le vie dell'evoluzione dello stile curiale verso forme compiutamente umanistiche. Nell'indagine sul suo stile, e in particolare sul suo stile curiale, ho scelto di porre l'accento sull'analisi del cursus per i suggerimenti che potevano venire dall'atteggiamento nei confronti di un artificio stilistico caratteristico delle lettere pontificie; si tratta inoltre dell'unico aspetto stilistico per cui esiste un consolidamento metodo di studio "oggettivo", che consente di istituire confronti e stabilire percorsi di sviluppo. Ho infatti adottato, apportandovi alcuni semplici aggiustamenti, il metodo della comparazione interna elaborato da Tore Janson e recentemente rilanciato da Giovanni Orlandi.
Ho sottoposto ad analisi campioni relativi ai diversi momenti della produzione loschiana (oltre alle lettere pontificie, l'epistolario "privato", la prefazione all'Inquisitio artis e un'orazione), insieme ad altri scelti a rappresentare l'uso della segreteria precedente e contemporaneo a Loschi (una selezione di lettere pontificie tratte da un formulario del segretario Francesco da Fiano, di una generazione più vecchio di Loschi, e da un liber brevium di Poggio Bracciolini). Dal paragone ho potuto riconoscere la persistenza dell'uso del cursus in Loschi, sia pure con modalità diverse a seconda del genere letterario. In particolare le lettere pontificie si caratterizzano per un'estesa applicazione del cursus, più flessibile di quella dei segretari precedenti e innovativa nella scelta fra le diverse clausole possibili, ma quasi altrettanto rigorosa nel rispettare i limiti imposti dalla dottrina del dictamen e assidua nel ricercare cadenze regolari. Risulta quindi che al momento dell'ingresso in segreteria, Loschi, pur abbandonando modelli stilistici della generazione precedente, abbia assunto il cursus come elemento caratterizzante del proprio stile epistolare, differenziandosi dall'atteggiamento più lassista che si riscontra in altri segretari in servizio dopo l'elezione di Martino V a Costanza, a conclusione dello scisma d'occidente.

Riguardo all'Inquisitio artis, si tratta di un'opera notissima e di cui sono stati colti gli aspetti fondamentali, ma forse più citata che letta, se anche Kristeller si concede una distrazione al riguardo ritenendola ispirata ai commenti di Asconio Pediano e quindi posdatandola di una ventina d'anni (P.O. Kristeller, Rhetoric in Medieval and Renaissance Culture, in Renaissance Eloquence. Studies in Theory and Practice of Renaissance Rhetoric, ed. by J.J. Murphy, Los Angeles-London 1983, p. 3.
Ho cercato di far risaltare l'estrema originalità dell'Inquisitio artis, che si situa proprio agli inizi della retorica umanistica, essendo parte (e in una certa misura origine) di quel movimento tendente all'acquisizione della competenza retorica a partire non dalla precettistica, ma direttamente dalle orazioni ciceroniane. Composta dall'umanista vicentino negli anni della permanenza a Milano, prima di assumere incarichi di rilievo alla corte viscontea, e ispirata dalla ricostruzione del corpus ciceroniano avviata da Petrarca, l'Inquisitio artis è caratterizzata da un metodo di commento che non sembra direttamente debitore della tradizione scolastica. Non si tratta infatti di una summa e nemmeno di un'esposizione del testo, ma di una puntuale individuazione degli elementi della tecnica retorica caratterizzanti ciascuna orazione (l'argomento, il genere, lo status, le parti, le figure) basata essenzialmente sulla Rhetorica ad Herennium.
Nello svolgimento della sua analisi, Loschi si riferisce in modo eslcusivo a fonti retoriche classiche (Aristotele, Cicerone, Quintiliano, Vittorino, Marziano Cappella), risultando molto più selettivo rispetto alla tradizione medievale di altri umanisti a lui vicini come Gasparino Barzizza. Notevole in particolare è risultato il ruolo svolto dall'Institutio oratoria di Quintiliano (quasi vent'anni prima della "liberazione" del codice integro dalle carceri del monastero di San Gallo), sezionata da Loschi alla ricerca di materiale per l'Inquisitio artis e trasformata in un manuale di stile, in una "guida alla lettura di Cicerone", di cui l'umanista si serve per approfondire la scarna trattazione della Rhetorica ad Herennium. Non si può anzi escludere che l'attenta lettera di Quintiliano, con la cospicua esemplificazione tratta dalle orazioni ciceroniane, sia da porre tra gli stimoli alla composizione all'Inquisitio artis.
Proprio le caratteristiche di originalità, completezza e profondità hanno determinato la notevole fortuna dell'Inquisitio artis (ho potuto censire 72 manoscritti e 16 edizioni tra incunaboli e cinquencentine), che è stampata fino alla metà del XVI secolo nell'ambito della ripresa degli studi ciceroniani in Francia e Germania. Per quanto riguarda invece la diffusione manoscritta, la ricognizione dei codici contenenti l'Inquisitio artis ha evidenziato l'esistenza di due filoni distinti della fortuna dell'opera. Da un lato l'Inquisitio artis viene copiata integralmente, da sola o unita ad altri trattati di interesse retorico; dall'altro trova posto, in forma più o meno rielaborata, nei margini delle collezioni di orazioni ciceroniane andando a costituire una sorta di "glossa ordinaria". Proprio da questo secondo ramo della tradizione emerge con più chiarezza il ruolo fondamentale svolto dalla scuola nella fortuna dell'opera, che pure era nata nell'ambito della discussione colta, slegata dall'insegnamento. L'assorbimento dell'Inquisitio artis nella tradizione dei commenti scolastici alle orazioni ciceroniane sembra avvenire in primo luogo attraverso l'umanesimo veneto e in particolare patavino: dapprima con la continuazione semplificata di Sicco Polenton e subito dopo con l'insegnamento di Gasparino Barzizza.

giovedì 17 febbraio 2011

Ludovico Pontano (1409-1439), giurista e oratore al Concilio di Basilea

Introduzione, in Fabrizio Carlo Begossi, Orazioni conciliari di Ludovico Pontano in un codice del Capitolo Metropolitano di Milano, tesi di laurea., a.a. 1996-1997

Le crisi religiose del Quattrocento e l'ecclesiologia che, affermatasi a Costanza, viene riproposta a Basilea, ebbero una grande influenza sulla formazione della teoria costituzionale moderna. Proprio in questi concili la rivendicazione dell'autonomia e della supremazia sinodale poggiava in larga misura sulle acquisizioni dei canonisti e dei civilisti del XII e XIII secolo, le cui glosse formarono "a kind of seedbed from which grew up the whole tangled forest of early modern constitutional thought" (B.Tierney, Religion, law, and the growth of constitutional thought, 1150-1650, Cambridge 1982, pp. 1-7); non può quindi meravigliare il ruolo rilevante assunto dai giuristi nell'ambito dei due concili con l'affiancarsi del diritto ala teologia come disciplina in grado di definire esaurientemente la costituzione della Chiesa (si tenga presente che l'atto più rilevante compiuto dal concilio di Basilea è la deposizione di un papa legittimamente eletto al termine di un processo formalmente ineccepibile).
Ludovico Pontano giunge a Basilea sul finire del 1436 proprio in virtù della sua eccezionale competenza giuridica, per la quale era stato conteso tra diversi atenei italiani. Scelto, insieme a Niccolò Tudeschi, da Alfonso d'Aragona per dare lustro alla propria rappresentanza presso il Concilio, il Pontano dimostrò una certa autonomia, arrivando anche ad allacciare rapporti con la parte avversa. La sua attività di oratore è dimostrata dai numerosi interventi registrati dai protocolli del concilio, e culmina nelle missioni diplomatiche da lui sostenute nel 1438 dapprima alla corte di Amedeo VIII di Savoia (il futuro antipapa Felice V), ed in seguito presso l'arcivescovo di Colonia Teodorico e il duca di Borgogna Filippo il Buono. A questo contesto sono legate le tre orazioni edite in questo lavoro (Tractatus de potestate universalis ecclesie et generalium conciliorum, Sermo quomodo non peccata sancta synodus in refutando pacem quam sibi offert Eugenius papa, Tractatus super eo quo summus pontifex generale concilium legitime congregatum dissolvere non potest). Si tratta di testi non strettamente tecnici, poiché non sono rivolti a un pubblico di specialisti, ma totalmente incentrati sull'interpretazione di leggi e canoni, che divengono anche chiave di accesso alla tradizione patristica.
[...] L'edizione delle orazioni è basata sulla lezione del manoscritto II.F.3.32 del Capitolo Metropolitano di Milano, collazionata con il Latino Marciano classe III, 40. In entrambi i casi ci si trova di fronte a miscellanee di opere eterogenee per epoca di composizione e tesi sostenuta, ma tutte concernenti il problema dell'autorità sinodale. In particolare il manoscritto capitolare, la cui realizzazione può situarsi a cavallo tra XV e XVI secolo, presenta caratteristiche anche esterne largamente diffuse tra i codici di argomento simile, comunissimi in quegli anni; se "è un dato di fatto storico ... che nel contesto del concilio di Basilea nacquero i primi grandi tratti sulla Chiesa provenienti da parte conciliare e papale" (J. Wohlmuth, I concili di Costanza (1414-1418) e di Basilea (1431-1449), in Storia dei concili ecumenici, ed G. Alberigo, Brescia 1990, p. 263), la riflessione ecclesiologica potrebbe essersi basata anche su raccolte dall'aspetto povero come quelle in questione. Il protrarsi di questo tipo di produzione oltre il termine del secolo testimonia il permanere di un vivo interesse per il conciliarismo anche dopo la sua sconfitta.

Pubblicazioni derivate dalla tesi di laurea:
Fabrizio Carlo Begossi, Dal grande scisma a Basilea: persistenza di polemica conciliare in due codici cinquecenteschi di Milano, in "Aevum", 1997, pp. 633-645.
Fabrizio Carlo Begossi, Testi di polemica conciliaristica in due codici milanesi, in "Bollettino ABEI", 1998, fasc. 2, pp. 21-24.

venerdì 28 gennaio 2011

L'HTML è qui per restare

Come ormai tutti sanno, il web è morto e il protocollo in cui si incarna, l'HTML, sta lasciando il posto alle applicazioni proprietarie e a mondi chiusi come Facebook.
Ma prendiamo il caso degli ebook e delle riviste digitali: come ha chiarito lo stesso direttore di Wired US Chris Anderson in occasione dello IAB (Milano, Fiera Milano Convention Centre, 3 novembre 2010)...
... a un certo punto gli editori si stuferanno di distribuire i propri contenuti producendo (e mantenendo) un'applicazione per ciascuno degli Store esistenti. Soprattutto, cercheranno in tutti i modi di non dividere i propri proventi con gli invadenti proprietari degli App Store, condizione necessaria avere accesso al segmento di pubblico che ciascuno di essi tiene sotto chiave. Tornerà in primo piano la necessità di uno standard condiviso, che spezzi il legame applicazione-device consentendo di fruire gli stessi contenuti su canali e device diversi.

Forse quel momento è già arrivato, di sicuro lo standard esiste: si chiama HTML.

Certo, navigare tramite browser sarà qualcosa di diverso dal vedere il web attraverso la finestra di IE o di Firefox. Il browser potrà essere embeddato in smartphone, tablet, eReader, televisori... ovunque possa sembrare utile. Ma alla base di tutto ci sarà il linguaggio di demarcazione per ipertesti.
Già ora il cuore dello standard ePub è l'HTML, in futuro l'evoluzione concomitante degli standard di demarcazione (le specifiche ePub 3 configurano una convergenza tra HTML5 CSS3 ed ePub) e delle capacità di renderizzazione dei browser permetteranno un'esperienza tipografica paragonabile a quella che ora solo le App riescono a garantire per i layout più complessi.
 L'HTML è qui per restare.